Bazsó-Dombi Attila
Carlo Maria Viganò intervistato da Gaetano Masciullo per LifeSiteNews

Parti I-III.



INTERVISTA DI GAETANO MASCIULLO PER LIFE SITE NEWS
Sul Concilio, il Katechon e lo Scisma del Capo
Prima Parte

LifeSiteNews: Eccellenza, nel suo nuovo libro Lei sostiene che oggi il primo nemico del Papato sia il Papa stesso. Come si spiega questo paradosso?
Arcivescovo Carlo Maria Viganò: Il paradosso è soltanto apparente, e si scioglie non appena si distingue ciò che la teologia cattolica ha sempre distinto: il Papato come istituzione divina, voluta da Nostro Signore quando disse a Pietro Tu es Petrus, e la persona che in un determinato momento della storia ne occupa la Cattedra. Il Papato è indefettibile, perché è di Cristo; la persona del Papa è un uomo, con il suo libero arbitrio, che può corrispondere alla grazia di stato oppure rifiutarla. D’altra parte, la Chiesa prega per il Sommo Pontefice chiedendo alla Maestà divina di conservare nella santa Religione il Domnum Apostolicum, proprio perché sa che la sua perseveranza nella Fede non è garantita automaticamente dall’ufficio. Se così non fosse, se cioè il Papa fosse esente dalla possibilità di venir meno al proprio mandato, pregare per lui non avrebbe senso.
Quando un Pontefice usa l’autorità che gli è stata conferita ad ædificationem per demolire ciò che quell’autorità è chiamata a custodire — la dottrina, la liturgia, la disciplina, la stessa costituzione monarchica e gerarchica della Chiesa — egli si pone in contraddizione con il proprio munus. Non è più il servo del Papato: ne è il primo avversario, perché nessun nemico esterno potrebbe ferire la Chiesa quanto colui che la ferisce dall’interno rivestito della veste di Pietro.
Ho chiamato questo fenomeno scisma capitale nel senso proprio della parola: uno scisma che parte dal caput, dal capo. Lo scisma classico è la separazione di una porzione del corpo dal capo; qui assistiamo al contrario: è il capo che si separa dal corpo mistico e dalla Tradizione che lo precede, che si ribella a ciò che i suoi predecessori hanno insegnato e che egli avrebbe l’obbligo di trasmettere intatto. San Paolo lo dice con parole che non ammettono repliche: sed licet nos aut angelus de cœlo evangelizet vobis præterquam quod evangelizavimus vobis, anathema sit (Gal 1,8-9). Nemmeno un angelo, nemmeno un Apostolo, nemmeno il Successore dell’Apostolo Pietro può annunciare un altro vangelo. Il Papa è il custode del Depositum, non il suo padrone; e chi da custode si fa padrone, tradisce la ragione stessa per cui Nostro Signore Gesù Cristo ha istituito il Papato in forma vicaria.
LSN: Lei paragona la situazione attuale alla rimozione del katéchon di cui parla San Paolo (2 Tess 2, 6-8). Quale ruolo gioca la figura di Leone XIV in questa drammatica rimozione del “freno” all’iniquità?
CMV: I Padri e i grandi commentatori hanno visto nel katéchon, in «colui che trattiene», tanto l’Impero romano cristiano quanto, con esso, l’autorità della Chiesa, e in modo eminente l’autorità del Papato, che per secoli ha opposto un argine al mysterium iniquitatis. Quel freno ha cominciato ad essere allentato dal momento in cui la gerarchia, con il Concilio Vaticano II, ha rinunciato a esercitare la propria autorità nel senso voluto da Cristo, per cercare la conciliazione con il mondo, con il pensiero moderno, con la Rivoluzione. Da allora, chi avrebbe dovuto trattenere si è messo ad assecondare.
Leone XIV si inserisce in questo processo non come un innovatore, ma come colui che lo consolida e lo rende presentabile. Bergoglio ha scardinato il Papato con violenza; Prevost dà a quello scardinamento una forma istituzionale, «ordinata», quasi rassicurante. Il suo compito — e credo ne sia perfettamente consapevole — è di rendere irreversibile la sinodalità, cioè quella «rivoluzione permanente» che porta il Concilio alle sue estreme conseguenze, e di far sì che la Chiesa Cattolica cessi definitivamente di essere un ostacolo al progetto massonico e globalista. Quando il Papa non è più freno ma acceleratore, la rimozione del katéchon non è un evento futuro: è ciò che avviene sotto i nostri occhi. E il Signore ci ha avvertito: tunc revelabitur ille iniquus. Non lo dico con compiacimento apocalittico, ma con il dolore di un Vescovo che vede la Sposa di Cristo consegnata ai suoi nemici da chi dovrebbe difenderla.
LSN: Di fronte alle sanzioni canoniche, lei invoca lo stato di necessità, come, del resto, ha fatto la Fraternità San Pio X per le sue nuove consacrazioni episcopali. Come risponde ai tanti conservatori che la accusano di disobbedienza formale al Papa?
CMV: Rispondo che l’obbedienza è una virtù, non un idolo. Essa ha per oggetto un comando legittimo dato da un’autorità legittima per il fine per cui quell’autorità esiste. Quando il comando è contrario alla Fede, alla legge divina o al bene delle anime, non solo non obbliga, ma obbliga a non obbedire: obœdire oportet Deo magis quam hominibus (At 5,29). Questo non è un’invenzione dei tradizionalisti: è San Pietro, è San Tommaso, è il Magistero di sempre, è la condotta dei Santi che hanno resistito ai Pontefici quando questi hanno sbagliato, da San Paolo che resistette a Pietro in faciem, a Sant’Atanasio, a Santa Caterina da Siena.
Lo stato di necessità non è un’invenzione per sottrarsi alla legge: è un principio del diritto stesso, secondo cui la salus animarum, che è la legge suprema, prevale sulle norme positive quando queste, applicate alla lettera, produrrebbero un danno irreparabile alle anime. La Fraternità San Pio X, consacrando i suoi Vescovi, ha compiuto esattamente ciò che fece Mons. Lefebvre nel 1988, e per lo stesso motivo: Roma non dà alla Tradizione i vescovi di cui ha bisogno, e senza vescovi non vi sono sacerdoti, e senza sacerdoti non vi sono Sacramenti. Ed è significativo che, nel minacciare la Fraternità, Prevost abbia lasciato cadere il pretesto delle Consacrazioni senza mandato per confessare che la vera colpa è il rifiuto del Concilio. Con ciò ha rivelato — forse involontariamente — la frode: le sanzioni canoniche sono uno strumento politico, brandito contro chi resta cattolico e mai contro chi apertamente nega la Fede.
Ai conservatori che mi rimproverano dico con affetto: voi obbedite a un uomo che vi chiede di disobbedire a Nostro Signore, e chiamate questa contraddizione «fedeltà». Io non ho mai inteso separarmi dalla Comunione Apostolica; ho chiesto e chiedo a Leone XIV di dirmi in che cosa contraddico il Depositum Fidei. Non ho ricevuto risposta. Chi, tra i due, è in stato di scisma?
LSN: In un ormai lontano discorso del 1999 ai vescovi europei tenuto dal Cardinale Carlo Maria Martini, pioniere della Mafia di San Gallo e — com’egli stesso amava definirsi — non antipapa, ma antepapa (colui che avrebbe preparato la strada al “nuovo” papa), la Chiesa per “aggiornarsi” deve sciogliere urgentemente una serie di nodi. Ed egli indicava come primo nodo la “carenza di ministri ordinati”, da sciogliere abolendo il celibato, o almeno rendendolo opzionale. Di recente, il vescovo Johan Bonny ad Anversa ha annunciato che ordinerà uomini sposati entro il 2028. Per non parlare poi della nomina ad Arcivescovo di Vienna di Josef Grünwidl, ex esponente del movimento dissidente “Call to Disobedience”, che auspicava proprio l’abolizione del celibato ecclesiastico. Roma assiste in silenzio a tutto ciò e, contrariamente che in altre situazioni, non minaccia sanzioni sebbene il diritto canonico venga puntualmente calpestato. Sembra quasi che Roma favorisca tutto ciò… Cosa ne pensa?
CMV: Non «sembra»: è così. Roma non è spettatrice distratta di un processo che le sfugge; ne è il regista. Il metodo è quello collaudato dalla Rivoluzione conciliare: si permette che la disobbedienza parta dalla periferia, si lascia che essa si consolidi come «fatto compiuto», e poi il centro interviene non per reprimerla ma per «accompagnarla», invocando la sinodalità, l’ascolto, le esigenze pastorali. Il caso Bonny è emblematico: un Vescovo annuncia pubblicamente che violerà la legge della Chiesa, e nessun Dicastero lo richiama. Il caso Grünwidl è ancora più eloquente, perché non si tratta di tollerare un dissidente, ma di promuoverlo a una delle sedi più importanti d’Europa. Chi ha militato in un movimento che si chiama letteralmente Call to Disobedience viene premiato da un Pontefice che scomunica chi chiede di poter obbedire alla Chiesa di sempre.
Ma la questione è più profonda del celibato. La «carenza di ministri ordinati» è il frutto avvelenato di sessant’anni di svuotamento del Sacerdozio. Quando si è cessato di credere che il sacerdote è alter Christus, che sale all’altare per rinnovare il Sacrificio della Croce, il celibato ha smesso di avere senso, perché ha senso solo come configurazione totale a Cristo Sommo Sacerdote. Il Card. Martini lo sapeva bene: la lista dei suoi «nodi» non è un elenco di problemi da risolvere, ma un programma di demolizione, in cui ogni punto è funzionale al successivo. Prima si abolisce il celibato, poi si apre alle donne, poi si riscrive la morale, poi si dissolve il matrimonio... È un piano, e i suoi esecutori si chiamano oggi con altri nomi ma perseguono lo stesso disegno. Che Martini si definisse antepapa la dice lunga sulla consapevolezza con cui la Mafia di San Gallo ha preparato ciò che oggi vediamo.
LSN: Il secondo nodo individuato da Martini riguardava il ruolo delle donne e la questione dell’ordinazione femminile. I vescovi promossi da Leone XIV — penso a Mackinlay, Grögli, Satué, Grünwidl, e molti altri — si sono espressi apertamente a favore del diaconato femminile. La Commissione vaticana sul tema ha ribadito il “no” all’ordinazione sacramentale delle donne, ma ha definito tale giudizio “non definitivo”. Di conseguenza, numerosi vescovi oggi evitano di affrontare direttamente la questione, preferendo valorizzare la presenza femminile nel governo delle diocesi o proporre riforme liturgiche “inclusive”. A suo avviso, questa strategia mira a spostare progressivamente la Finestra di Overton sul tema dell’ordinazione femminile?
CMV: È esattamente la tecnica della Finestra di Overton, e nemmeno tanto dissimulata. Giovanni Paolo II, con la Lettera apostolica Ordinatio Sacerdotalis, non definì una novità: dichiarò che quella dottrina appartiene al Depositum Fidei ed è stata insegnata infallibilmente dal Magistero ordinario e universale — come la Congregazione per la Dottrina della Fede confermò nel Responsum del 1995. Dire oggi che quel giudizio è «non definitivo» significa dunque non già riaprire una questione disciplinare, ma negare l’infallibilità stessa del Magistero ordinario e universale.
Il diaconato femminile è il grimaldello, perché il Sacramento dell’Ordine è uno solo nei suoi tre gradi: ammettere una donna al diaconato significa ammettere che essa è capace di ricevere l’Ordine, e a quel punto l’esclusione dal presbiterato apparirebbe come una pura discriminazione da rimuovere. Non è un caso che l’ammissione delle donne agli ordini sia promossa da movimenti anticattolici in nome della parità di genere che la chiesa sinodale accoglie e fa sua. I neo-modernisti lo sanno perfettamente, e per questo non chiedono subito l’ordinazione sacerdotale: chiedono ruoli di governo, presenza nelle Curie, «ministeri» istituiti, liturgie «inclusive». Ogni passo prepara il successivo, e ogni passo viene presentato come innocuo. I Vescovi nominati da Prevost non sono stati scelti nonostante le loro posizioni sul diaconato femminile, ma proprio in ragione di esse: chi nomina un Vescovo ne conosce le idee, e chi ne nomina molti con le medesime idee sta costruendo un Episcopato che, al momento opportuno, chiederà «dal basso» ciò che il Papa desidera concedere «dall’alto». Questa è la sinodalità: la messa in scena di una domanda la cui risposta è già stata decisa.
A tutto ciò si aggiunge un aspetto che ritengo ancora più grave, e sul quale si tace colpevolmente: la promozione di donne a capo di Dicasteri romani. Abbiamo due religiose, suor Simona Brambilla[1] e suor Tiziana Merletti, rispettivamente Prefetto e Segretario del Dicastero per gli Istituti di Vita Consacrata, che comandano a Cardinali, Vescovi, Abati e sacerdoti; un’altra religiosa, suor Raffaella Petrini Presidente della Pontificia Commissione per lo Stato della Città del Vaticano e Presidente del Governatorato; una laica, Maria Montserrat Alvarado, a capo del Dicastero per la Comunicazione che coordina e riorganizza l’intero sistema comunicativo della Santa Sede; donne nominate membri e consultrici di vari Dicasteri, tra cui quello per i Vescovi[2], cioè chiamate a decidere le promozioni all’Episcopato. Ora, il potere di governo nella Chiesa non è una funzione amministrativa che si possa attribuire a chiunque per decreto: esso è per sua natura connesso alla sacra potestas, che scaturisce dal Sacramento dell’Ordine, perché nella Chiesa — che è una società soprannaturale e non un’azienda — si governa in quanto si è configurati a Cristo Re e Sommo Sacerdote. Separare la giurisdizione dall’Ordine, conferendo a chi non può ricevere l’Ordine il potere di reggere coloro che lo hanno ricevuto, significa rovesciare la costituzione gerarchica che Nostro Signore ha dato alla Sua Chiesa. Ecco perché dico che Bergoglio, e ora Prevost, fanno molto di più e molto peggio che conferire gli Ordini sacri a queste donne. Un’ordinazione invalida sarebbe un sacrilegio, ma resterebbe un atto nullo; qui invece si smonta pezzo per pezzo l’ordine sacramentale, si rende la sacra potestas un accessorio superfluo, e si abitua il clero a obbedire a chi non ha alcun titolo divino per comandargli. È un attentato micidiale alla costituzione divina della Chiesa, condotto per via di fatto, senza bisogno di toccare un solo dogma.
LSN: Il terzo e il quarto nodo individuati da Martini erano rispettivamente quello della morale sessuale e quello della disciplina del matrimonio. Nel suo libro-intervista ufficiale con Elise Ann Allen, Leone XIV ha dichiarato che si devono «cambiare gli atteggiamenti» delle persone prima ancora di cambiare la dottrina. Secondo Lei, quali mezzi vogliono utilizzare i neo-modernisti al potere per portare avanti questo cambiamento?
CMV: Quella frase merita di essere pesata, perché è una confessione. «Cambiare gli atteggiamenti prima di cambiare la dottrina» significa che la dottrina si cambia, ma non per prima: si cambia per ultima, quando ormai nessuno la crede più e la sua abrogazione formale appare come un mero atto notarile. È il metodo modernista descritto da San Pio X nella Pascendi: non si attacca frontalmente il dogma, si trasforma la mentalità che lo sostiene, si separa la fede dalla vita, e si lascia che la vita, così separata, trascini con sé la fede. In realtà non occorre nemmeno cambiare il dogma: lo si rende irrilevante per via pastorale.
E questo metodo ha oggi la sua carta teorica, che quasi nessuno ha voluto leggere per ciò che è. Nella Evangelii gaudium Bergoglio ha enunciato quattro principi, e il primo di essi — «il tempo è superiore allo spazio» — è la chiave che apre tutti gli altri: «dare priorità al tempo significa occuparsi di iniziare processi più che di possedere spazi». In altre parole: non definire, ma avviare; non fissare un risultato, ma innescare una dinamica che nessuno potrà più fermare. Lo spazio è il territorio delimitato; il confine, la definizione dogmatica, il canone che dice fin dove è lecito andare; il tempo è il processo che quel confine lo erode senza mai dichiarare di volerlo abbattere. E si noti l’astuzia: chi presidia uno spazio deve difendere una posizione, e una posizione si può assediare, discutere, confutare; chi avvia un processo non ha posizioni da difendere, e perciò è inattaccabile. Non gli si può opporre nulla, perché non ha ancora affermato nulla.
Mi si obietterà che questo non è Hegel ma Romano Guardini, sul quale Bergoglio lavorò senza mai condurre a termine la sua tesi di dottorato. La polarità guardiniana — il Gegensatz — è concepita precisamente contro la contraddizione dialettica, giacché le tensioni vanno tenute insieme e non risolte in una sintesi superiore. Si chiami sintesi hegeliana o processo mai concluso, il risultato è che nessuna verità resta un punto fermo, ma diviene il momento di un divenire. E ciò che in Hegel era filosofia della storia, e in Marx si fece prassi rivoluzionaria (la prassi che precede il principio, lo giudica e lo sovverte) nella chiesa sinodale si chiama pastorale. Ed ecco l’opera sotto i nostri occhi: Amoris Lætitia non abroga l’indissolubilità del Matrimonio, apre un processo; Fiducia Supplicans non dichiara lecita l’unione irregolare, benedice chi vi si trova; il cammino sinodale non decide nulla, e proprio per questo decide tutto. La dottrina non viene mai formalmente toccata, e appunto per questo non può mai essere formalmente contestata. Non vi è proposizione da censurare, non vi è eresia da condannare, non vi è nulla su cui pronunciare un anatema. Al fedele resta la lettera intatta di un dogma che nella vita della Chiesa non vige più. Ma è esattamente questo che il Concilio Vaticano I colpiva con l’anatema, vietando che ai dogmi proposti dalla Chiesa si attribuisse un giorno un senso diverso da quello che essa ha inteso e intende: eodem sensu eademque sententia.
I mezzi sono quelli che vediamo all’opera da decenni. Il primo è il linguaggio: si sostituisce «peccato» con «fragilità», «conversione» con «cammino», «verità» con «discernimento», «legge di Dio» con «ideale». Il secondo è la prassi pastorale, resa deliberatamente ambigua: Amoris Lætitia con le sue note a piè di pagina, Fiducia Supplicans con le sue benedizioni che benedicono senza benedire; e ora la strategia di Prevost, che non ha ritirato nulla di tutto ciò ma lo lascia operare «con calma». Il terzo è la formazione: seminari, facoltà teologiche, catechesi, in cui da sessant’anni si insegna che la morale cattolica è un residuo storico da superare. Il quarto è la scelta dei pastori: si promuovono coloro che praticano l’ambiguità e l’errore, e si emarginano coloro che parlano chiaro.
E sotto tutto questo vi è un’alleanza che non ho mai esitato a denunciare: quella tra la chiesa sinodale e l’agenda globalista. Non si tratta di un’ideologia fra le altre, ma della sintesi di tutte le ideologie di destra e di sinistra, che per due secoli hanno finto di combattersi mentre conducevano gli uomini al medesimo approdo; una sintesi di matrice neomalthusiana, che nell’uomo non vede più l’immagine di Dio ma un’eccedenza da amministrare, e che perciò è antiumana prima ancora di essere anticristica. Le sue articolazioni le conosciamo, e ciascuna colpisce un aspetto preciso dell’ordine voluto dal Creatore: la dissoluzione della famiglia naturale; il pansessualismo e l’ideologia di genere, che negano l’uomo creato masculum et feminam; il vaccinismo, che fa del corpo una proprietà dello Stato; l’ecologismo, che sostituisce al culto del Creatore quello della creatura; l’immigrazionismo, che dissolve le nazioni e con esse i popoli cristiani; e al vertice il transumanesimo, che promette all’uomo la divinizzazione senza Dio già promessa nell’Eden dal serpente: eritis sicut dii.
La chiesa conciliare non subisce questo processo: vi partecipa. Ha rinunciato a giudicare il mondo e ha accettato di esserne giudicata; ha smesso di convertirlo, e si è lasciata convertire da esso. Ecco perché il terzo e il quarto nodo di Martini non sono affatto nodi da sciogliere: il matrimonio indissolubile e la morale sessuale non sono l’involucro storico di un’epoca tramontata, ma la carne stessa del Vangelo, e sono parole di Nostro Signore — quod ergo Deus coniunxit, homo non separet. Chi pretende — da Papa — di cambiarle non riforma la Chiesa: fonda un’altra religione, e la fonda sulle rovine di quella che aveva ricevuto in custodia.

[1] Suor Brambilla ha accanto un Pro-Prefetto, il Cardinale Ángel Fernández Artime, nominato con lei il 6 gennaio 2025 e riconfermato da Leone XIV. L’invenzione stessa della figura del Pro-Prefetto è la confessione implicita che quell’ufficio esige la sacra potestas — un espediente che ammette il problema fingendo di risolverlo.
[2] Le tre donne al Dicastero per i Vescovi sono Petrini, Brambilla, Reungoat, nominate membri nel luglio 2022.

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INTERVISTA DI GAETANO MASCIULLO PER LIFE SITE NEWS

Sulla Messa di sempre, il sistema dell'impunità e il dovere di resistere
Seconda Parte

LifeSiteNews: In tutta questa crisi Lei ha sempre indicato nella riforma liturgica non una conseguenza ma una causa. Perché la questione della Messa è, a Suo giudizio, anteriore e più decisiva di quella dottrinale? E che senso ha, in questo quadro, l’accanimento di Traditionis Custodes, mantenuto intatto da Leone XIV?
Arcivescovo Carlo Maria Viganò: Perché la Chiesa ha sempre saputo ciò che i modernisti hanno volutamente dimenticato: ut legem credendi lex statuat supplicandi. È la legge della preghiera che stabilisce la legge della fede, e non viceversa. Il popolo cristiano non impara il dogma dai manuali: lo respira dall’altare. Un uomo che per anni si è inginocchiato davanti al Santissimo, che ha visto il sacerdote rivolto a Dio e non all’assemblea, che ha assistito alla Consacrazione nel silenzio sacro del Canone, crede nella Presenza reale e nel Sacrificio anche se non saprebbe formularne i relativi dogmi; e nessun teologo riuscirà a togliergli quella fede. Ma se gli si muta la preghiera, gli si muta la fede senza che egli se ne avveda, e senza che nessuno abbia dovuto scrivere una sola proposizione eretica.
Ecco perché dico che la riforma liturgica non fu una conseguenza della crisi: ne fu lo strumento. Era il modo più rapido e più sicuro per ottenere ciò che una definizione non avrebbe mai ottenuto. Ed è, si noti, l’applicazione perfetta di quel principio bergogliano secondo cui il tempo è superiore allo spazio: non si definisce nulla, si avvia un processo, e si lascia che un paio di generazioni facciano il resto. Chi volesse una conferma legga il Breve esame critico dei Cardinali Ottaviani e Bacci, che già nel 1969 avvertirono che il nuovo rito «si allontana in modo impressionante, nell’insieme come nel dettaglio, dalla teologia cattolica della Santa Messa quale fu formulata nella Sessione XXII del Concilio di Trento». Non lo scrivevano due sediziosi: lo scrivevano l’ex Segretario del Sant’Uffizio[1] e un Cardinale di Curia. Furono ignorati, e oggi le statistiche sulla fede nella Presenza reale confermano quanto avessero ragione. Cranmer aveva compreso quattro secoli prima che per cambiare la religione di un popolo basta cambiargli la Messa, e non ebbe bisogno di negare un dogma per estirpare il Santo Sacrificio dall’Inghilterra.
Quanto a Traditionis Custodes, esso è la confessione più eloquente che i nostri avversari potessero rendere. Se i due riti esprimessero davvero la medesima fede, perseguitarne uno sarebbe un capriccio inspiegabile: lo perseguitano perché sanno benissimo che non esprimono la medesima fede, e che finché un solo altare custodirà l’antica lex orandi la nuova non potrà dirsi vittoriosa. E si badi che sotto Prevost quel documento non è stato né ritirato né mitigato: è stato invece applicato in modo ancor più ferreo, con una minuzia che Bergoglio non aveva avuto il tempo di esercitare. Che proprio Leone — che tanto parla di accoglienza e di ascolto — si accanisca sulla Messa di sempre, prova a chi ancora sperava in lui che nella chiesa sinodale c’è posto per tutto, tranne che per il rito nel quale la Chiesa ha pregato per secoli.
LSN: Prevost è stato eletto anche grazie a chi sperava in un ripristino dell’ordine giuridico, ma nei fatti egli sembra proseguire l’agenda del suo predecessore, semplicemente rallentandone il passo e delegando le decisioni più spinose alla Curia. Questo stile più flemmatico e “dialogante” non rischia di essere ancora più insidioso per la difesa del dogma rispetto all’autoritarismo diretto di Francesco?
CMV: Devo correggere la premessa della domanda, perché è proprio l’equivoco su cui Prevost conta. Non si può affatto dire che egli proceda piano piano: sta procedendo a marce forzate, senza minimamente preoccuparsi delle reazioni — anche perché le reazioni sono poche, e quelle poche vengono prontamente sedate. Ciò che è cambiato rispetto a Bergoglio non è la velocità: è il volto. Bergoglio urlava, e chi urla sveglia; Prevost sorride, e chi sorride addormenta. Ma è un sorriso glaciale, il ghigno di chi sa di non incontrare resistenza.
Si guardi ai fatti, non ai modi. L’agenda non è stata rallentata: è stata potenziata su tutti i fronti — sinodalità, ecologismo, immigrazionismo, ecumenismo sincretico, normalizzazione dell’ideologia LGBTQ+. E si guardino soprattutto le nomine, che di un pontificato sono la prova del nove: non ve n’è una sola che faccia eccezione; non un uomo di dottrina sicura promosso, non un nemico della Fede rimosso. Su ciascun capitolo Prevost è andato oltre il predecessore.
Il 13 agosto scorso, a Cusco, in un convegno preparatorio al viaggio di Prevost in Perù, Mons. Jordi Bertomeu — Commissario pontificio del Dicastero per la Dottrina della Fede — ha deposto foglie di coca nell’offerta all’idolo infernale della Pachamama insieme a Mons. Lizardo Estrada Herrera, Vescovo ausiliare di Cusco e Segretario generale del CELAM, e a Mons. Miguel Ángel Cadenas, Vescovo di Iquitos. Con Bergoglio la Pachamama era entrata nei Giardini Vaticani e nella Basilica di San Pietro come un gesto scandaloso; con Prevost è entrata nel Dicastero che avrebbe il compito di condannarla — e vi è entrata per mano di chi, in quel Dicastero, amministra la giustizia. Non è un rallentamento: è un’istituzionalizzazione.
Lo stile di Leone è misurato solo in apparenza. Il latino qua e là, la mozzetta indossata anche a sproposito — persino scendendo dall’aereo —, il tono cortese: sono anestetici somministrati a un corpo ormai incapace di reagire. E l’anestetico non attenua la violenza: la rende possibile.
I conservatori si sono lasciati incantare dalla forma. Ma in verità non c’è nemmeno quella. Chi si accontentava della mozzetta ha avuto la mozzetta e nient’altro, e ha pagato quel pezzo di stoffa con il silenzio su tutto il resto.
Vi è infine l’aspetto che rivela la natura autenticamente tirannica di questo governo, ed è la delega. Prevost delega alla Curia, ai Dicasteri, alle Conferenze episcopali, ai «processi sinodali», in modo che nessuna decisione porti la sua firma e ognuna possa essere presentata come frutto di un discernimento collettivo. Non è mitezza: è la forma più perfetta del potere assoluto, quella che esercita il comando senza assumerne la responsabilità. Il tiranno antico firmava i suoi editti e ne portava l’odio; il tiranno sinodale fa deliberare gli altri e resta al di sopra, arbitro e mai imputato. È la dissoluzione della responsabilità personale del Papa — esattamente ciò che la sinodalità si propone — e chi non decide mai non può mai essere contraddetto. Il Papa che non decide è il Papa che ha deciso di lasciar fare, e che ha trovato il modo di non renderne conto a nessuno.
LSN: Lei è intervenuto pubblicamente sul caso di Eleuterio Vásquez González, detto Lute, il sacerdote peruviano accusato di gravi abusi su bambine nella diocesi di Chiclayo. Quando Leone XIV era vescovo di quella diocesi, l’indagine canonica fu definita da un delegato ecclesiastico “una farsa”; eppure oggi il Papa ha come segretario personale Edgard Rimaycuna, sacerdote cresciuto proprio nella cerchia pastorale e vocazionale di Lute.
Un altro prelato di rilievo, il venezuelano Edgar Peña Parra – già Sostituto della Segreteria di Stato e oggi Nunzio per l’Italia e San Marino – fu da Lei denunciato nel 2002 per accuse gravissime, dall’abuso di seminaristi minori a presunti legami con morti violente, accuse poi sistematicamente ignorate da Bergoglio.
Alla luce di questi e altri casi, ritiene che nella Chiesa si sia consolidato sotto Bergoglio un vero e proprio “network” di protezione reciproca tra uomini di potere, nel quale omissioni e responsabilità vengono coperti per preservare gli equilibri interni? E, se sì, quanto è esteso questo fenomeno ai vertici della Santa Sede?

CMV: Il caso Lute riproduce con esattezza impressionante il modus operandi di altri gravissimi casi, da McCarrick a Rupnik: le vittime che denunciano e non vengono ascoltate; un’indagine condotta in modo da non trovare nulla; il Dicastero che archivia invocando la prescrizione; l’accusato che non solo resta impunito, ma viene protetto. E accanto a questo, il rovescio necessario: chi espone i crimini e difende le vittime viene distrutto. Mons. Ricardo Coronado, il canonista che aveva assunto la difesa delle tre giovani donne, si è visto revocare l’abilitazione forense ecclesiastica dalla Conferenza Episcopale peruviana nell’agosto del 2024, e quattro mesi dopo è stato ridotto allo stato laicale con un decreto che — si noti — non recava la firma autografa di Bergoglio. Chi accusa perde il sacerdozio; chi è accusato conserva tutto. E qui non vi è nulla da interpretare: il Vescovo di Chiclayo che condusse quell’inchiesta definita «una farsa» da chi la conobbe da vicino siede oggi sul Soglio di Pietro, e ha voluto accanto a sé, come segretario personale, un sacerdote formato nella cerchia di Padre Lute: Edgard Rimaycuna. Non sono dettagli biografici né sfortunate coincidenze: sono la prova che in questo sistema la vicinanza a certi ambienti non è un ostacolo alla carriera, ma la condizione per farla.
E si osservi una coincidenza che coincidenza non è. Il medesimo Mons. Jordi Bertomeu che a Cusco ha offerto foglie di coca alla Pachamama è l’uomo che nel Dicastero per la Dottrina della Fede ha inaugurato — e giustificato in linea di principio — quell’interpretazione del diritto canonico per cui le procedure ordinarie, con le garanzie che esse assicurano all’accusato, vengono sostituite da strutture parallele e da poteri commissariali straordinari. È la dottrina giuridica che rende possibile la sorte di mons. Coronado: là dove la procedura cede alla volontà del commissario, chi dà fastidio è perduto in partenza, e non gli resta neppure il diritto di difendersi. Coronado, prima di essere ridotto allo stato laicale, fu stato accusato di atti infami senza uno straccio di prova.
E questo non è un caso isolato. Quando un sacerdote peruviano, don Omar Sánchez, criticò pubblicamente la gestione del Commissario Bertomeu, ventidue giorni dopo comparve sulla stampa un’accusa di abuso a suo carico — accusa che il presunto denunciante ha poi smentito pubblicamente, dichiarando di non aver mai sporto alcuna denuncia.
Chi alza la voce contro il sistema scopre di avere un fascicolo a suo carico. E l’uomo che depone foglie di coca alla Pachamama è il medesimo che spoglia del sacerdozio chi ha difeso le tre giovani vittime di Padre Lute a Chiclayo. Questo ci dà la misura di che cosa sia diventato il Sant’Uffizio.
Quanto a Peña Parra, mi consenta una precisazione che ritengo importante. Del suo caso mi occupai molto prima, quando ero Delegato per le Rappresentanze Pontificie presso la Segreteria di Stato. Le accuse — la seduzione di due seminaristi minorenni a Maracaibo nel settembre 1990, e la connessione nella vicenda di due morti violente nell’agosto del 1992 — erano state trasmesse alla Segreteria di Stato nel 2002 dal Nunzio in Venezuela, Mons. André Dupuy. Ciò non impedì la carriera di Peña Parra. E aggiungo un particolare che dice molto sul ruolo dei media: di quel caso parlai in una lunga intervista al Washington Post, e fu proprio la parte riguardante l’abusatore venezuelano ad essere censurata. Bergoglio lo volle Sostituto; Prevost lo ha inviato Nunzio in Italia.
Sì, esiste un network. Non lo dico per congettura, ma per esperienza diretta di decenni nella Curia Romana e in Nunziatura. Esso si fonda su un principio semplice: chi è ricattabile può essere controllato da chi detiene il ricatto. La corruzione morale non è un incidente del sistema: è il suo collante. Per questo il reo o il complice viene promosso, mentre chi denuncia viene isolato e colpito.
Quanto è estesa questa rete di corruzione? Basta vedere quanti fra la «discendenza» di McCarrick occupino ancora posizioni di vertice negli Stati Uniti e in Vaticano; quanti dei Cardinali creati da Bergoglio siano stati scelti proprio per la loro corruzione e ricattabilità; e quanti, in Segreteria di Stato e nei Dicasteri, debbano la loro posizione non alla dottrina né alla santità, ma all’appartenenza a una cordata. La risposta è nei fatti, e i fatti parlano da soli.
LSN: A chi giova questo meccanismo? Bergoglio ne fu l’artefice, o vi si trovò invischiato suo malgrado?
Né l’una né l’altra cosa, nei termini in cui la domanda è posta. Bergoglio non fu vittima di un sistema, ma non ne fu neppure l’inventore: ne fu il beneficiario e poi il garante. Egli fu eletto grazie alla Mafia di San Gallo, cioè grazie a una rete che aveva progettato per anni la propria presa del potere, e che trovò in lui l’uomo adatto perché spregiudicato, privo di scrupoli dottrinali e straordinariamente abile nell’uso del potere — qualità affinata in una lunga formazione gesuitica di cui conservò per tutta la vita il metodo: l’obbedienza esibita e la manovra sotterranea, la povertà proclamata e il comando assoluto.
Una volta eletto, fece ciò che ogni potere illegittimo fa: si circondò di uomini che non potevano tradirlo perché ne conosceva la corruzione e i crimini, e allontanò coloro che, non essendo in alcun modo ricattabili, non erano controllabili. Non è un caso che i suoi più stretti collaboratori — da Zanchetta a Peña Parra — siano personaggi sui quali gravano accuse gravissime, che egli ha sistematicamente coperto e promosso.
Esemplare è la vicenda di Marko Rupnik. Nel 2019 il Dicastero per la Dottrina della Fede ne dichiarò la scomunica per l’assoluzione del complice, uno dei delitti più gravi riservati alla Sede Apostolica. Per volere di Bergoglio quella pena gli fu rimessa. Più tardi, nel 2023, la Compagnia di Gesù lo espelleva per disobbedienza, e subito dopo Rupnik trovava un Vescovo sloveno disposto a incardinarlo. Quanto al processo canonico, a più di sei anni dai fatti non se ne sa nulla. Ciò che rende ancor più scandalosa il caso Rupnik è che attorno a lui gravitano ecclesiastici che gli devono la propria posizione, e che proteggendo Rupnik proteggono loro stessi: a cominciare dall’allora Cardinal Vicario Angelo De Donatis, il cui trasferimento dal Vicariato di Roma alla Penitenzieria Apostolica avvenne proprio a ridosso di quel caso. La sua non fu tanto una promozione, come si volle far credere, ma il modo di metterlo al riparo, sottraendolo alle domande che a Roma non avrebbe più potuto eludere.
A chi giova tutto questo? Giova, all’interno, a una casta clericale che ha fatto della Chiesa la propria proprietà privata e che ha bisogno dell’impunità per sopravvivere. Giova, all’esterno, a quei poteri finanziari, politici e sovranazionali — cioè globalisti — che hanno interesse a tenere la Chiesa Cattolica sotto ricatto, perché una Chiesa ricattata non parla, non condanna, non evangelizza: ma collabora. Il legame tra deep church e deep state non è una teoria: è la ragione per cui la Santa Sede ha sostenuto docilmente ogni agenda globalista — dal clima alle migrazioni, dalla pandemia alla fratellanza universale, dal vaccinismo al pansessualismo — e per cui ha firmato e ostinatamente rinnovato l’accordo segreto con la Cina comunista, consegnando i Vescovi fedeli e la Chiesa clandestina ai loro persecutori, mentre taceva su tutto ciò che il Vangelo le imporrebbe di gridare.
La corruzione morale e la corruzione dottrinale sono le due facce della medesima moneta. Chi ha tradito la Fede tradisce anche la morale, e chi è ricattabile sulla morale è disposto a tradire la Fede — fino all’idolatria, come le foglie di coca deposte a Cusco da un funzionario dell’ex-Sant’Uffizio dimostrano a chiunque abbia occhi per vedere.
Gaetano Masciullo: Mentre il Conclave era in corso, un’alta autorità massonica (non farò il nome) mi disse in confidenza: “Vedrà che eleggeranno l’utile idiota di Francesco”. Quando chiesi spiegazioni, questa personalità — molto vicina, invero, agli ambienti curiali romani — mi disse che Francesco aveva nominato cardinali “con scheletri negli armadi” dalle periferie del mondo, con la richiesta di eleggere il “suo uomo” e vedere conservata la sua “eredità sinodale”. Quando fu eletto Prevost, mi disse sardonico: “Habemus Papam! Lo hanno eletto”. All’inizio fui molto cauto, e persino speranzoso nella figura di Prevost. Ora che diversi mesi sono passati, mi chiedo quanto l’interpretazione di questa autorità massonica fosse lontana dalla realtà… Lei cosa ne pensa?
CMV: Non posso confermare parole che non ho udito, né mi interessa dare credito alle vanterie di ambienti che hanno sempre amato attribuirsi meriti nel governo della Chiesa. Ma posso dire che quella lettura coincide esattamente con ciò che i fatti rendono evidente a chiunque voglia guardarli. Bergoglio ha creato la maggioranza schiacciante del Collegio cardinalizio, scegliendo uomini che nessuno conosceva, di pessima formazione, provenienti da sedi irrilevanti, la cui unica qualifica era la fedeltà personale a Bergoglio e, quasi sempre, una vulnerabilità che li rendeva controllabili. Un Conclave così composto non poteva che eleggere un Prevost, cioè un uomo che garantisse la continuità dell’«eredità sinodale» di Bergoglio.
La Massoneria si compiace di questa elezione e ciò non stupisce affatto: si era rallegrata anche per quella di Giovanni XXIII. Essa persegue ormai da tre secoli un unico disegno, che è quello di demolire la Chiesa Cattolica: dapprima svuotandola della sua dimensione soprannaturale e riducendola a organizzazione filantropica, poi sovvertendola dall’interno, e infine trasformandola nell’anti-chiesa, cioè in quella Religione Universale dell’Umanità che ne è il vero fine.
La sinodalità, come rivoluzione permanente e quint’essenza di tutte le istanze del modernismo, è quanto di più vicino a quel progetto sia mai stato realizzato dall’interno. Non serve immaginare cospirazioni: basta leggere l’Istruzione permanente dell’Alta Vendita, che descrive con un secolo e mezzo d’anticipo un Papa formato nelle idee della Rivoluzione, eletto da Cardinali formati nelle stesse idee. Se un’autorità massonica si è rallegrata per l’elezione di Prevost, è perché quello che si proponeva si è realizzato. Il rammarico è per quei Cardinali e quei fedeli che, per qualche mese, hanno voluto illudersi. L’espressione «utile idiota» è offensiva, e non la farei mia; ma temo che chi l’ha usata conosca bene la natura dell’utilità che si attende da chi ha eletto.

[1] Infatti l’ufficio di Prefetto della Suprema Congregazione era riservato al Pontefice. Ottaviani ne fu Segretario.

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INTERVISTA DI GAETANO MASCIULLO PER LIFE SITE NEWS

Sede e Sedente : tra sedevacantismo e papolatria - Terza Parte

LifeSiteNews: Più volte lei ha riferito di aver chiesto inutilmente a Leone XIV un chiarimento teologico. Come interpreta il fatto che un Papa che insiste tanto sul dialogo, sulla riconciliazione e sull’ascolto sia disposto a incontrare interlocutori assai lontani dalla dottrina cattolica (penso a James Martin o allo pseudo-arcivescovo di Canterbury), ma non sembri disposto ad aprire un confronto con un arcivescovo che gli chiede pubblicamente ragione di questioni teologiche fondamentali?
Arcivescovo Carlo Maria Viganò: Lo interpreto come la prova più chiara di ciò che sostengo ormai da diversi anni. Il dialogo della chiesa sinodale non è dialogo: è un dispositivo selettivo. Si dialoga con chi non crede, perché con chi non crede non c’è nulla da difendere; non si dialoga con chi crede, perché chi crede pone domande alle quali non si vuole rispondere. L’udienza che mi era stata accordata fu cancellata senza spiegazioni; negli stessi giorni una “arcivescovessa” anglicana veniva ricevuta con onori e impartiva la sua benedizione presso la Tomba di San Pietro. La sequenza dei fatti è più eloquente di qualsiasi commento.
Ho scritto a Leone tre cose semplici: gli ho chiesto un’udienza; gli ho chiesto di ravvedersi e di confermarmi nella Fede, come Cristo ha comandato a Pietro; e gli ho chiesto di dirmi in che cosa contraddico il Depositum Fidei, perché glielo avrei mostrato punto per punto, e gli avrei detto come intendo continuare. Non ho ricevuto alcun cenno di risposta. E la ragione non è la distrazione né il troppo lavoro: è che rispondere gli sarebbe costato dire che cosa la chiesa sinodale crede, e dunque confessare in che cosa essa differisce da ciò che la Chiesa Cattolica ha sempre creduto. Il silenzio gli serve a conservare l’ambiguità; la scomunica lo dispensa dal confutare. Ma il silenzio è esso stesso una risposta, e la più eloquente. Un papa che riceve James Martin e non riceve un Arcivescovo che gli chiede di essere confermato nella Fede ha già detto da quale parte sta.
LSN: Le si obietta che separare l’istituzione dalla persona del Successore di Pietro produce un Papato astratto, disincarnato — quasi un nestorianesimo ecclesiologico — e che il principio «Prima Sedes a nemine judicatur» vieta ai fedeli di giudicare il Pontefice. Che cosa risponde?
CMV: Rispondo che l’accusa è teologicamente rovesciata. Nestorio divise ciò che in Cristo è unito ipostaticamente, cioè nella Persona stessa del Verbo: divisione impossibile, perché quell’unione è sostanziale e indissolubile. Ma l’unione di un uomo con l’ufficio papale non è ipostatica: è giuridica e morale. Il Papa non è Cristo: ne è il Vicario — e il termine stesso di Vicarius Christi racchiude la distinzione che mi si contesta, giacché vicario è per definizione colui che non si identifica con Colui di cui fa le veci. Il Conclave non muta la natura di un uomo: gli affida un ufficio. Chi entra in Cappella Sistina e chi ne esce è il medesimo uomo, con la stessa anima da salvare e gli stessi peccati da emendare; ciò che gli si aggiunge è la potestà, non una seconda natura. La grazia di stato lo assiste, non lo trasfigura, e come ogni grazia può essere accolta o respinta. Se dunque qualcuno commette qui un errore cristologico, non è chi distingue ciò che è distinto: è chi fonde la persona e l’ufficio in una sola sostanza, come i monofisiti fondevano le due nature. Il nome di quell’errore lo conosciamo, e non è nestorianesimo: è papolatria.
Del resto questa distinzione non l’ho inventata io, e nemmeno i tradizionalisti: l’ha fatta la Santa Chiesa, e con parole che converrebbe rileggere. Quando il Concilio Costantinopolitano III anatematizzò Onorio I, e Papa Leone II ne confermò la condanna, la formula adoperata fu che egli hanc apostolicam sedem non apostolicæ traditionis doctrina lustravit — non illuminò questa Sede Apostolica con la dottrina della tradizione apostolica. Si pesi ogni parola: vi è una Sede, che ha una sua dottrina e una sua luce; e vi è un uomo che a quella Sede doveva servire e non servì. Il rimprovero non è alla Sede: è al sedente, e gli è mosso in nome della Sede. Ecco la distinzione che oggi mi si rimprovera di fare, formulata da un Pontefice nell’atto di ratificare un Concilio ecumenico.
E si consideri ciò che ne segue. La condanna colpì Onorio, non la Chiesa Romana; nessuno disse che la Sede di Pietro avesse errato. Se il sedente e la Sede fossero una cosa sola, condannare l’uno avrebbe significato condannare l’altra, e l’indefettibilità della Chiesa Romana sarebbe caduta in quel medesimo istante. Che la Chiesa abbia potuto condannare un Papa senza crollare è la prova, e non l’eccezione, di ciò che sostengo.
Aggiungo, per completezza, che Onorio non fu condannato per aver definito un’eresia, ma per non aver spento l’incendio che aveva il dovere di spegnere; e che la sentenza venne dopo la sua morte, da un Concilio e da un Papa, non da privati. Ma è appunto questo a rendere l’esempio più forte, non più debole: mostra che l’ufficio ha resistito al fallimento della persona, che il Depositum non fu intaccato dalla negligenza di chi doveva custodirlo, e che la Sede rimase salda anche quando il sedente non lo fu.
Quanto al «Prima Sedes a nemine judicatur», si legga con attenzione il soggetto della proposizione: non è il sedens, è la Sedes. È la Prima Sede a non essere giudicata, e per una ragione precisa: essendo universale l’ufficio che essa esercita, non vi è sulla terra giurisdizione che le sia superiore, e dunque non vi è tribunale che possa sedere sopra di lei. L’immunità è ratione Sedis, non ratione personæ: protegge l’ufficio, non l’uomo che lo occupa. Applicarla al sedente anziché alla Sede significa commettere esattamente quella confusione fra i due termini che io denuncio — sicché l’argomento che mi si oppone è, a ben guardare, la conferma migliore della mia tesi.
Che il sedente sia invece sempre stato soggetto a possibile giudizio lo dice la storia, e prima ancora lo dice la Sacra Scrittura. Non si tratta di un aneddoto tramandato dagli uomini: è lo Spirito Santo che ha voluto fissare nel Canone ispirato la scena di Antiochia. Cum autem venisset Cephas Antiochiam, in faciem ei restiti, quia reprehensibilis erat; e poco oltre: dixi Cephæ coram omnibus (Gal 2, 11 e 14). Paolo riprende Pietro, e lo riprende davanti a tutti, in assemblea. Se il sedente fosse sottratto ad ogni giudizio, quella pagina non sarebbe stata scritta, o sarebbe stata scritta perché la si dimenticasse: invece è Parola di Dio, e la Chiesa la legge da venti secoli. Sant’Agostino ne trasse la conclusione che San Tommaso d’Aquino fa propria: ipse Petrus exemplum majoribus præbuit ut, sicubi forte rectum tramitem reliquissent, non dedignentur etiam a posterioribus corrigi — Pietro stesso diede ai superiori l’esempio di non sdegnare d’essere corretti anche dagli inferiori, qualora avessero abbandonato la retta via (S. Th., II-II, q. 33, a. 4, ad 2). E l’Aquinate aggiunge la regola che governa precisamente il nostro caso: ubi immineret periculum fidei, etiam publice essent prælati a subditis arguendi — dove incomba il pericolo per la fede, i prelati devono essere ripresi dai sudditi anche pubblicamente.
Ecco perché chi oggi applica la misura della Tradizione non giudica il Papa: giudica la conformità di una dottrina al Depositum. Se così non fosse, la Tradizione cesserebbe di essere criterio, il quod semper, quod ubique, quod ab omnibus diverrebbe lettera morta, e San Paolo avrebbe scritto invano che neppure un angelo dal cielo può annunciare un altro vangelo.
Il Papato astratto – mi consenta – è il loro. È quello di chi lo definisce a partire da chi lo occupa, e lo lascia riempire di qualunque contenuto la persona vi versi. Il mio è concreto: Tu es Petrus, confirma fratres tuos, pasce oves meas. L’ufficio ha un contenuto determinato, e proprio perché lo ha, si può constatare quando chi lo ricopre non vi adempie.
LSN: Molti Suoi critici sostengono che la distinzione tra il Papato e la persona del Papa, portata alle conseguenze che Lei ne trae, conduca inevitabilmente al sedevacantismo: se il Papa è il primo nemico del Papato, in che senso è ancora Papa? Come risponde a chi Le dice che la Sua posizione è sedevacantista senza avere il coraggio di dichiararsi tale?
CMV: Rispondo che il sedevacantismo e la papolatria sono due errori speculari, nati dalla medesima premessa: che la persona e l’ufficio coincidano. Il papolatra dice: poiché costui è Papa, tutto ciò che fa è buono. Il sedevacantista dice: poiché ciò che fa non è buono, costui non è Papa. Entrambi partono dall’identificazione che io contesto, e per questo entrambi si trovano disarmati davanti alla realtà. Io dico invece la sola cosa che i fatti consentono: che l’ufficio è di Cristo, che chi lo occupa oggi lo occupa realmente, ma che lo esercita contro il fine per cui esiste.
Che un Pontefice possa venir meno al proprio mandato non è tesi mia: la questione del Papa hæreticus è stata dibattuta per secoli dai teologi più autorevoli, e la Chiesa non l’ha mai risolta con una definizione. San Roberto Bellarmino ne enumerò le opinioni senza chiuderle, e diede ai fedeli la regola pratica che a me basta: sicut licet resistere Pontifici invadenti corpus, ita licet resistere invadenti animas — come è lecito resistere al Pontefice che assale il corpo, così è lecito resistergli quando assale le anime. Resistere: non deporre.
Perché il punto è precisamente questo. Deporre un Papa, o dichiarare vacante la Sede, è un atto di giurisdizione, e nessun privato — Vescovo o laico che sia — possiede la giurisdizione per compierlo. Chi se ne arroga il potere commette, in forma rovesciata, lo stesso abuso che rimprovera a Roma: si fa misura di ciò di cui è soltanto custode. E ne subisce la pena: una Chiesa senza Sede visibile, senza possibilità di un Papa futuro per via ordinaria, senza altro criterio che il giudizio privato di chi l’ha dichiarata vacante. È una via che finisce in un vicolo cieco, e l’ho vista chiudersi su troppe anime sincere.
Vi è poi una ragione più umile, e per me decisiva. Io non so quale sia la soluzione ultima di questo mistero, e non ho la presunzione di saperlo: lo scioglieranno un Papa o un Concilio, o Nostro Signore stesso quando vorrà. So però qual è il mio dovere nel frattempo, e non richiede alcuna sentenza. Non spetta a me deporre un Papa: spetta a me non seguirlo nell’errore, e come Pastore ho il dovere di mettere in guardia il gregge del Signore.
LSN: Dopo aver denunciato per anni quella che Lei considera una crisi senza precedenti dell’autorità nella Chiesa, e dopo aver affrontato nel suo libro la distinzione tra il Papato come ufficio e la persona del Papa, quale ritiene sia concretamente la via d’uscita? Come può la Chiesa ritrovare l’integrità della Fede, la certezza della dottrina e, soprattutto, una autorità veramente fedele al mandato petrino?
CMV: La via d’uscita non la troveremo con espedienti umani, e sarebbe presuntuoso pretendere di disegnarla a tavolino. Ma alcune cose sono certe, perché ce le insegna la storia della Chiesa. La prima è che la crisi finirà quando l’autorità tornerà a fare ciò per cui Cristo l’ha istituita: un Papa che, con un atto solenne, condanni gli errori del Concilio e del post-concilio, restituisca alla Chiesa la sua liturgia, ristabilisca la disciplina, e sconfessi la sinodalità come corpo estraneo alla costituzione divina della Chiesa. Umanamente parlando non si vede oggi come ciò possa accadere, poiché l’intera Gerarchia è corrotta e fra quanti potrebbero compiere quell’atto non ve n’è uno che mostri di volerlo. E tuttavia non è utopia: è ciò che i Papi hanno sempre fatto di fronte alle eresie, e ciò che un giorno sarà fatto, perché portæ inferi non prævalebunt. Che se poi fossimo giunti alla fine, e non vi fosse più un Papa a compierlo, sarà Nostro Signore stesso a compierlo nel Suo ritorno glorioso.
La seconda certezza riguarda noi, nel frattempo. Il nostro compito non è quello di dichiarare vacante la Sede, né di rassegnarci a un’obbedienza che ci farebbe complici. È quello di restare Cattolici: custodire la Fede intatta, celebrare e frequentare la Messa di sempre, formare sacerdoti e Vescovi che non siano contaminati, resistere ai comandi illeciti con la fermezza dei Santi e senza mai perdere la carità. Non è un caso che ovunque sopravviva la Tradizione fioriscano vocazioni, famiglie, giovani: la Chiesa di sempre è viva, e la chiesa sinodale è un cadavere: jam fœtet (Jo 11, 39). Chi resta fedele oggi prepara la restaurazione di domani, come i monaci nei secoli della barbarie.
La terza certezza è soprannaturale, ed è la più importante. Questa crisi è una prova permessa da Dio per purificare la Sua Chiesa, e come tutte le prove passerà. Il katéchon umano può essere rimosso; ma resta Colei che ha promesso «alla fine il mio Cuore Immacolato trionferà». Preghiamo il Santo Rosario, facciamo penitenza, riparazione, e chiediamo alla Vergine Santissima di ottenerci un Papa che sia davvero Pietro. Il Papato è di Cristo, e Cristo non abbandona ciò che è Suo: gli uomini possono tradirlo, ma non possono distruggerlo. Questa è la ragione per cui non ho mai perso la speranza, e per cui non la perderò. Scio Cui credidi. (2 Tim 1:12)

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Fonti

exsurgedomine . org / blog/intervista-con-gaetano-masciullo-per-lifesitenews

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